Il 28 dicembre 2025, in occasione dell’evento Presepe Vivente, non sarà possibile effettuare l’ingresso con i biglietti acquistati online

San Martino

Le prime attestazioni documentarie di una “ecclesia Sancti Jacobi et Martini iuxta muros de Cluslino” risalgono al 1165, ma verosimilmente la chiesa è più antica anche se non conosciamo la data esatta della costruzione.

In questo senso, le uniche fonti disponibili coincidono con le strutture più antiche della chiesa, per altro successivamente assai rimaneggiata.

In origine questa doveva essere più piccola rispetto alle attuali proporzioni, col portale posto al centro della facciata che, dunque, doveva risultare meno ampia verso valle, come anche attestano le cesure verticali riscontrabili sia all’esterno, sia all’interno.

Si trattava comunque di un edificio ad aula unica, non sappiamo se terminante con un’abside semicircolare, eventualmente scomparsa a causa dei successivi ampliamenti.

Sia la foggia della porta e, in particolare, dell’arco della medesima, a tutto sesto poggiante su un architrave monolitico, sia le tecniche costruttive, a conci squadrati di calcare disposti su corsi orizzontali e paralleli, paiono rimandare a costruzioni risalenti al XII secolo dell’area volterrana, dunque a un periodo non molto distante dalla sua prima attestazione documentaria.

Alla stessa fase costruttiva può essere riferita anche buona parte del fianco destro, che è possibile osservare in maniera più estesa soprattutto accedendo all’interno della chiesa.

La quota di questa parte della collina e quella del pavimento originario della chiesa, tuttavia, erano in origine assai diverse da quelle attuali, come dimostrano gli stipiti del portale, prolungati successivamente verso il basso e le fondazioni a vista della facciata.

All’interno, anche in corrispondenza del fianco destro, queste vennero regolarizzate con la realizzazione di un paramento ancora realizzato in conci di calcare.

La chiesa ha quindi un doppio titolo, San Giacomo e San Martino: il primo è uno dei due apostoli con questo nome, Giacomo il Maggiore, e l’altro è il celebre militare poi vescovo di Tours, in Francia.

È interessante che l’ubicazione della chiesa venga definita “iuxta muros de Cluslino”, cioè “presso le mura di Chiusdino”, segno evidente che il paese — fino alla inoltrata seconda metà del XII secolo — non si era espanso oltre la parte più alta, la zona della “Il Portino”, espansione che avverrà soltanto durante il XIII secolo.

Lo stesso portino, unico varco conservato del primo circuito murario racchiudente il castello sorto probabilmente agli inizi del XII secolo, presenta un importante intervento di rimodellazione della collina con conseguente abbassamento del terreno. Questo è facilmente intuibile osservando gli stipiti della porta, interrotti a circa un metro da terra, e le fondazioni riportate in luce.

Non sappiamo a quando risalgano questi interventi che paiono aver interessato tutto questo tratto della collina, ma è verosimile ritenere che siano da mettere in relazione allo sviluppo tardo duecentesco dell’abitato che, proprio in questo periodo, andò crescendo a valle della chiesa.

Resta il fatto che a questa prima serie di rimodulazioni del profilo del terreno si dovette connettere anche il primo ampliamento della chiesa e la completa ricostruzione del fianco sinistro. Lo attesta con certezza il piccolo portale laterale presente su questo fianco, definito in mattoni e sormontato da un arco a tutto sesto, che rispettava il nuovo assetto pavimentale della chiesa.

Andrà invece compreso come questo varco si connettesse alla nuova viabilità, dato che comunque risulta impostato a una quota assai maggiore dell’attuale via Roma, dove si trovavano schierati la maggior parte dei nuovi edifici risalenti al tardo Duecento.

La chiesa, tuttavia, era di pertinenza dei monaci benedettini dell’abbazia di Santa Maria della Neve, o di Serena, un antichissimo monastero istituito dai conti della Gherardesca all’inizio dell’XI secolo e che sorgeva sulle pendici meridionali del colle di Chiusdino e di cui oggi non rimane traccia alcuna se non qualche minimo rialzo dei muri perimetrali.

Nel gennaio del 1196 papa Celestino III decretò il passaggio dell’abbazia dall’ordine benedettino a quello vallombrosano: la chiesa dei Santi Giacomo e Martino ne seguì le sorti.

Con la progressiva decadenza ed abbandono dell’abbazia — presumibilmente nel corso del Trecento, quando un po’ tutti i gruppi monastici vallombrosani si inurbarono — anche i monaci di Serena si trasferirono dall’abbazia alla chiesa di San Martino, ampliandone i locali annessi e trasformandoli in un ampio monastero che si affaccia sull’attuale via Roma, anche se il superiore continuò a mantenere il titolo di abate di Santa Maria di Serena. Probabilmente a questa fase si devono anche le nuove decorazioni affrescate della chiesa, oggi perdute, attestate però da alcune testimonianze.

Alla chiesa di San Martino di Chiusdino era unita una delle due parrocchie in cui era suddiviso il paese, con competenza sulla parte sud-est del castello e sui villaggi di Ciciano, Palazzetto e Casa Castri (l’altra era la pieve, poi prepositura, di San Michele Arcangelo, di pertinenza del clero secolare).

La comunità vallombrosana di San Martino in Chiusdino ebbe un rapporto molto stretto con la comunità civile, poiché ne era quasi la custode dei valori fondanti ed identitari: all’abate era infatti affidata la custodia della cassetta in cui erano custoditi il sigillo della comunità ed i bossoli contenenti i nomi degli eleggibili agli uffici e alle magistrature locali; lo stesso “imbossolamento” avveniva nella chiesa di San Martino, alla presenza dell’abate, la seconda domenica di giugno di ciascun anno.

Il più antico statuto del comune di Chiusdino, del 1473, prescriveva che, quattro volte l’anno, per le feste della Pasqua, della Pentecoste, di Tutti i Santi e di Natale, i responsabili del comune di Chiusdino (vicario, cioè, camerlengo, i priori) distribuissero il pane ai poveri nella chiesa di San Martino e non in quella di San Michele Arcangelo, così come una delibera del 1485 stabiliva un’ulteriore distribuzione di pane anche per la festa della Madonna delle Neve, che era appunto il titolo dell’abbazia di Serena.

Di più: il 5 agosto, per la festa della Madonna della Neve, la comunità civile era tenuta ad offrire dieci libbre di cera bianca; un’altra offerta di cera all’abbazia era fatta il 2 settembre per la festa di Sant’Ottaviano.

Fra il XVI ed il XVIII secolo il monastero attraversò un lungo ciclo di crisi e di decadenza, interrotto soltanto per brevissimi periodi, le cui cause possono essere molteplici: accanto alle guerre, ai cicli stagionali sfavorevoli, alle epidemie, si situano soprattutto la cattiva gestione delle proprietà (poderi, terreni, boschi … nel territorio intorno a Chiusdino).

In un panorama di governi dei vari abati piuttosto deludente, si distinguono positivamente quello di Petronio Paceschi, che guidò l’abbazia dal 1679 al 1683, e quello di Mansueto Bargellini che, fra il 1739 ed il 1750, proseguì nell’opera di restauro edilizio, di decorazioni murali e di arricchimento degli arredi liturgici, che conferirono alla chiesa l’aspetto fastoso che conservò fino agli anni Settanta del Novecento: il Bargellini commissionò il restauro ad Odoardo Ferrati, uno dei maggiori pittori ed architetti senesi del XVIII secolo.

Sul presbiterio, sotto una volta dipinta, addossato ad un dossale marmoreo si trovava il grande altare; al centro dell’altare l’immagine di San Martino (successivamente sostituita da un grande crocifisso policromo); al centro del dossale il busto in gesso di San Giovanni Gualberto, fondatore dei vallombrosani, a destra e a sinistra due tele con San Benedetto e Santa Scolastica.

Verosimilmente a questo generale aggiornamento dell’edificio di culto si deve anche l’apertura, in facciata, della finestra quadrangolare soprastante il portale, perfettamente in linea con il gusto dell’epoca. Non si può escludere che, anche all’esterno, la chiesa venisse interamente intonacata al fine di farle ottenere un aspetto più omogeneo.

Di tutto questo non è rimasto niente.

Nella seconda metà del Settecento anche i contrasti con la comunità chiusdinese si erano del tutto risolti, come ne sono testimonianza le memorie delle istituzioni di varie celebrazioni liturgiche patrocinate dal notabilato locale e leggibili, peraltro, all’interno della volontà, da parte dei monaci, di controllare le espressioni della religiosità contro il pericolo di eresie e di assicurarsi delle entrate finanziarie regolari, da parte delle varie famiglie, di qualificarsi socialmente agli occhi dei concittadini e di affermare il proprio prestigio.

Nel 1785, per decreto del granduca di Toscana Pietro Leopoldo di Lorena, l’abbazia di San Martino di Chiusdino fu soppressa, i religiosi trasferiti nel monastero di San Vigilio a Siena. La parrocchia fu incorporata alla prepositura di San Michele Arcangelo di Chiusdino; gli ambienti monastici furono venduti a privati e presto frazionati e trasformati in civili abitazioni, negozi e magazzini.

La chiesa abbaziale rimase di proprietà della prepositura e fu officiata fino all’inizio degli anni Sessanta del XX secolo quando fu chiusa per inagibilità.

A metà degli anni Settanta, la parrocchia stessa, anziché promuoverne un più che opportuno restauro, ne decretò la sciagurata spoliazione di ogni riferimento liturgico per fare spazio alle attività di un circolo culturale ed attualmente si presenta come una vasta aula del tutto anonima, occasionalmente come sala per convegni, concerti o mostre d’arte. Se la completa stonacatura ha riportato in luce, rendendoli leggibili, i paramenti murari, ha pure decretato la completa rimozione di ogni decorazione riferibile alle epoche passate.