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Miranduolo
La val di Merse e il sito di Miranduolo
Miranduolo, nell’alta Val di Merse senese e situato lungo i rilievi alto collinari della Costa Castagnoli, costituisce un articolato osservatorio archeologico per l’analisi delle dinamiche insediative e delle trasformazioni socio-politiche del territorio toscano tra VII e XIV secolo. Il contesto, molto ben conservato, permette così di seguire con continuità diacronica lo sviluppo di una comunità dall’origine funzionale legata allo sfruttamento minerario e fino alla piena configurazione castrense: un “laboratorio” per l’interpretazione delle metamorfosi del potere e delle strutture sociali attraverso la cultura materiale.
Infatti i dati quantitativi rivelano il grande impegno degli archeologi e lo sforzo in conoscenza fatto. L’area occupata dal castello è pari a 4.290,72 mq, mentre lo spazio indagato interno alle sue mura ammonta a 4.096,97 mq con percentuale pari al 95,48%. Inoltre si sono affrontate le superfici esterne per un’estensione di 1.028,32 mq. Nell’insieme, dunque, lo scavo archeologico ha interessato 5.125,29 mq: un campione di grande estensione, oggetto di 17 campagne di scavo, di conseguenza molto attendibile.
Veduta da drone dello scavo della chiesa di San Giovanni Evangelista (inizi XI secolo) e dell’area cimiterialeNel corso del VII secolo, l’insediamento si configura come un centro estrattivo e metallurgico, deputato allo sfruttamento dei giacimenti locali di solfuri misti e alla lavorazione di ferro e piombo argentifero. In questa fase, non si è ancora in presenza di un vero e proprio villaggio, ma di una struttura funzionale assimilabile a un impianto proto-industriale, composta da capanne adibite all’alloggio di minatori e fonditori. L’insediamento era probabilmente inserito all’interno del fisco regio di Volterra e prevedeva la presenza di una figura preposta al coordinamento operativo, verosimilmente con funzioni di controllo pubblico sul sito.
L’VIII secolo segna una svolta nella morfologia e nella sua funzione; venne riorganizzato in forma di villaggio rurale strutturato, evidenziando una crescente stratificazione sociale. Due grandi fattorie fortificate, collocate ai lati opposti della collina, sono i poli di aggregazione: una di ambito “ecclesiastico”, al cui interno si individuano una chiesa in legno e una residenza di rilievo e una seconda di carattere “laico”. Entrambe sono dotate di strutture di stoccaggio e spazi di conservazione delle risorse. In prossimità di tali centri gravitano figure specializzate; presso la fattoria “ecclesiastica” si colloca un’area legata alla figura di una sorta di “fattore” (coordinatore delle attività agricole), mentre nei pressi di quella “laica” a un fabbro. Le capanne della popolazione rurale si dispongono invece nella porzione meridionale del sito, secondo una logica centripeta che evidenzia il ruolo delle élites fondiarie nella gestione della produzione e nella redistribuzione dei surplus. Il paesaggio appare dunque organizzato intorno alla funzione agricola, con una netta polarizzazione delle capacità di accumulo e scambio attorno ai due complessi di potere.
Fossato e costruzione della palizzata in legno a difesa della casa dominica agli inizi del IX secoloTra la fine dell’VIII e gli inizi del X secolo, l’insediamento attraversa una fase di profonda riorganizzazione spaziale e funzionale. La fattoria “laica” si afferma come unico polo dominante (mentre l’altra è abbandonata), assume un ruolo egemonico e promuove un articolato progetto urbanistico che ridisegna l’intera morfologia del colle. Fossati e palizzate definiscono un vero e proprio “villaggio-azienda” chiaramente ispirato ai modelli curtensi.
La sua configurazione interna riflette una netta gerarchia; si distingue la Casa dominica difesa da un’imponente cinta in legno oltre che da due profondi fossati, e significativamente connotata da magazzini e granai per l’accumulo di derrate, inoltre le aree riservate alla manodopera agricola a essa subordinata e cinte da un’ulteriore palizzata e gli spazi presumibilmente massarici (disposti sui versanti terrazzati e non racchiusi da alcuna difesa). Il sistema produttivo tende alla centralizzazione e il controllo sulle attività agricole diventa sempre più stringente. Parallelamente, la struttura sociale subisce un processo di semplificazione: le fasce intermedie scompaiono e il dualismo tra il dominus o il suo rappresentante e massa contadina raggiunge una piena definizione.
Questo rapporto è mediato da alcune figure funzionali al controllo del villaggio, come un actor, un uomo “armato” e un fabbro, localizzati rispettivamente all’interno della palizzata che cinge il dominicum, nei pressi dell’ulteriore fortificazione che protegge la Casa dominica e al suo interno.
Costruzione della palizzata in tecnica mista (fondazione in pietra, armatura di pali e terra pressata) di difesa della casa dominica alla fine del X secoloNel tardo X e primo XI secolo, l’insediamento viene trasformato in castello sotto il controllo dei conti Gherardeschi. L’area sommitale risulta ora fortificata con nuove tecniche costruttive che vedono la realizzazione di spessi muri in terra con armatura di pali e fondazione in pezzame di pietra. La nuova fortificazione di quella che era in precedenza la Casa dominica riflette ancora la volontà di difendere i surplus e il potere; al suo interno risiedono armati, un maniscalco e quella che sembra una piccola élite legata alla casata. Si configura quindi una specie di curtis castrense, in cui la componente militare assume un ruolo centrale per il controllo del territorio e dei contadini ormai concentrati sui terrazzamenti coltivati. È in questa fase che il castello inizia a fungere da strumento di gestione patrimoniale e simbolo del potere signorile, prefigurando la nascita di una potenziale signoria territoriale.
Infine, tra l’XI e il XIV secolo, il castello viene ricostruito interamente in pietra e assume un aspetto monumentale.
Ricostruzione grafica del palazzo dei Gherardeschi nel corso del XII secoloSi consolida il suo ruolo come centro direzionale e residenza signorile, vengono edificati nuovi edifici sia abitativi sia militari, si ridefinisce lo spazio cimiteriale. L’insediamento continua a funzionare come polo di raccolta delle rendite e centro di redistribuzione. Il borgo, disposto lungo i versanti, mantiene la propria vitalità economica e demografica, anche se soggetto alla pressione e al controllo della élite dominante. Dopo un lungo periodo di rivalità dei conti Gherardeschi con il vescovo di Volterra, distruzioni e ricostruzioni, oltre a patti di alleanza con Siena, il castello decade lentamente sino al suo abbandono agli inizi del Trecento (VALENTI et al. 2022 e VALENTI 2008 per l’intera diacronia).
Ricostruzione grafica del territorio di Miranduolo tra seconda metà XI e inizi XII secoloIn sintesi, Miranduolo è un esempio significativo di trasformazione insediativa che attraversa l’intero Medioevo, passando da un contesto produttivo di carattere minerario a una realtà agro-curtense, fino ad assumere una compiuta configurazione castellana. Le sue vicende riflettono non soltanto le dinamiche economiche e territoriali di lungo periodo, ma anche il progressivo consolidarsi di forme di potere sempre più articolate, che da funzioni originariamente pratiche e produttive evolvono verso dimensioni militari, simboliche e patrimoniali.
Attualmente la visita al castello è sconsigliata per motivi di sicurezza e sono in corso le attività di progettazione per la realizzazione del parco archeologico, che si baserà sulla ricostruzione della vita dell’insediamento condotta secondo i metodi della living history. Miranduolo è destinato a divenire, nei prossimi anni, una vera e propria macchina per intraprendere un suggestivo viaggio nel tempo.
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