L’Abbazia Cistercense di San Galgano

La comunità monastica che si era stanziata a Montesiepi, per necessità di ampliamento, inizia nel 1218 i lavori per la costruzione dell’abbazia di San Galgano.
Sono i “caleffi” (atti amministrativi sull’abbazia raccolti nell’archivio di Stato di Siena) le uniche fonti sicure sull’abbazia, e sono proprio questi ultimi che attestano il cantiere di costruzione del complesso abbaziale dal 1218 al 1288. Il primo magister lapidum (maestri di pietra, veri e propri architetti) fu “donnus Johannes” che aveva concluso i lavori all’abbazia di Casamari, con la quale si riscontrano infatti numerose analogie; si deve invece a Ugolino di Maffeo la conclusione.

La planimetria è simile alle altre abbazie cistercensi italiane e francesi. In questo caso la cinta muraria non era più difensiva ma proteggeva simbolicamente la sacralità dello spazio monastico.
La pianta della chiesa a croce latina è la stessa di Casamari, con una campata in più. Lo spazio interno è suddiviso in tre navate da 16 pilastri cruciformi che determinano 8 campate rettangolari, in senso trasversale nella navata maggiore e 16 campatelle in quelle laterali. Anche la crociera presenta un impianto a 3 navate, ma quella est appare trasformata in 4 cappelle quadrate: 2 a 2 al vano absidale. Il coro è quadrato e un tempo era sormontato da una volta esapartita che rispecchia il principio di austerità ed economia consono allo spirito e all’ordine cistercense e al significato simbolico che si attribuiva alla linea dritta come espressione di rettitudine, fermezza di propositi e fede.

Le maestranze edilizie, dopo aver disegnato direttamente sul terreno il profilo murario dell’edificio fino a una certa altezza, concludevano per prima la zona della chiesa collegata al monastero, la piu antica, per consentire le celebrazioni liturgiche anche durante l’apertura del cantiere, per questo la parte più fedele alle costruzioni cistercensi è quella del capocroce (coro e braccio sud del transetto) e man mano che ci si sposta verso l’ingresso sono ravvisabili una minore perfezione della tecnica costruttiva e una minor qualità nello stile e nell’esecuzione dei capitelli. Col trascorrere del tempo e col mutare delle disponibilità economiche, c’era un diverso uso di materiali. Ci sono studi molto interessanti che documentano l’ordine e le differenze delle tecniche di costruzione delle arcate lungo le navate dell’abbazia dai quali si possono notare i mutamenti che hanno accompagnato i lavori durati 70 anni. Edificata l’area dove si celebrava messa, seppur non completata, si proseguiva a lavorare di pari passo alla parte del complesso abbaziale dedicato alla vita e al lavoro dei monaci.

La zona della chiesa riservata ai monaci della comunità comprendeva le prime due campate del corpo longitudinale, presbiterio e capocroce, dove si svolgeva la messa. Nelle cappelle che fiancheggiano il coro e nei due bracci del transetto si trovano, ricavate nelle murature, due coppie di nicchie: la “piscina” e il “ministerium”. La prima, più grande usata come lavabo la seconda per contenere le ampolle. Nel transetto nord si aprono due porte: da una si accede alla scala che conduce al sottotetto della chiesa (85 gradini) e dall’altra all’esterno: quest’ultima coincide con la porta dei morti che conduce all’area cimiteriale. Nel braccio sud del transetto invece una porta introduce nella sacrestia, mentre un secondo accesso adiacente ma sopraelevato, tramite una scala collegava la chiesa con la sacrestia superiore e il dormitorio. In corrispondenza del terzo pilastro sud della navata centrale, nel 1228, venne edificato un altare.


L’elemento decorativo più interessante sta nel repertorio di capitelli ,impreziositi da motivi vegetali la cui varietà testimonia la collaborazione di artisti di provenienze e meriti diversi: capitelli a foglie piatte e stilizzate, a volte cinte alla base da un motivo continuo a trifoglio e foglioline, oppure quelli del transetto nord dove ampie foglie striate, sostituite da una ghirlanda stilizzata, terminano in un motivo a fiordaliso stilizzato o altri ancora dove si riconosce l’impronta senese: a foglie nervate o a duplice ordine di motivi acantacei. Va segnalato il capitello del primo pilastro a sinistra dell’entrata dal portone principale, il quale, tra fogliami da cui emerge un leoncino accasciato, presenta un singolare motivo figurato, l’unico antropomorfo, rappresentante il presunto ritratto dell’ultimo magister lapidum Ugolino di Maffeo. Più varia ed elaborata è la decorazione delle basi delle semicolonne, ma non raffinate come i capitelli.
La vita dei monaci cistercensi era scandita da momenti dedicati alla preghiera, alla lettura, al lavoro e al riposo, con un orario preciso e rigoroso, secondo la regola benedettina. Poiché l’adempimento degli uffici corali, l’opus Dei e la lectio divina impegnavano notevolmente i monaci e non consentivano loro di dedicarsi ai lavori agricoli, all’interno dell’ordine cistercense si trovano i conversi: i conversi erano religiosi laici, senza regola di clausura, provenienti generalmente dagli strati più bassi della popolazione, partecipavano dei beni spirituali e temporali dell’ordine, si legavano al monastero mediante voti ed erano destinati unicamente al lavoro manuale; essi però non potevano ascendere allo status di monaci ed era loro rigorosamente interdetta qualsiasi attività monastica, come lo studio e la lettura dei libri. Ai conversi erano destinati spazi separati sia all’interno del monastero che nella chiesa abbaziale. L’impiego di questa forza lavoro non retribuita consentì all’ordine di organizzare un proprio sistema economico basato sulle grange, delle aziende agricole dipendenti dai monasteri che avevano il compito di sfruttare, valorizzandoli, i terreni loro affidati: questo sistema si rivelò estremamente efficiente e fece dei cistercensi dei pionieri nelle tecniche di bonifica, coltivazione e allevamento (specialmente degli ovini). La produzione delle grange eccedeva abbondantemente il fabbisogno dei monasteri: i prodotti in eccesso venivano messi sul mercato e, poiché lo stile delle loro abbazie era ispirata a principi di grande sobrietà, la ricchezza prodotta veniva reinvestita nelle attività agricole.

I monaci cistercensi furono importanti innovatori, abilissimi in amministrazione economica e favorirono lo sviluppo di aree isolate come quella dove si trova l’Abbazia di San Galgano. Proprio per questo le abbazie cistercensi si trovano sempre in prossimità di boschi, campi da coltivare, corsi d’acqua e vie di comunicazione importante, come nel caso specifico la via Maremmana, direttamente collegata alla via Francigena.
Purtroppo, raggiunto il massimo splendore, nella seconda metà del XV secolo inizia la decadenza dell’abbazia: carestie, peste e compagnie di ventura gradualmente decimarono o costrinsero i monaci a trasferirsi, lasciando in progressivo abbandono e rovina l’intero complesso abbaziale. E’ del 1503 la prima commenda e a questa ne susseguirono molte: tutte, salvo rare eccezioni, cercarono di trarre profitto dal monastero e le sue proprietà, sfruttando al massimo le rendite rimaste, vendendo annessi e materiali senza considerare mai manutenzione degli edifici.

Il 22 gennaio del 1786 il campanile dell’abbazia, che da tempo era pericolante, franò recando danni alla chiesa e agli ambienti annessi.
“Era già morto il cardinal Feroni, quando ai 22 gennaio del 1786 il campanile del tempio di San Galgano, che da tanto tempo pericolava, rovinò, recando non lievi danni alla chiesa ed al monastero. Il podestà di Chiusdino Agostino Mari ne détte notizia lo stesso giorno al luogotenente di Siena cavalier Siminetti, informandolo che il campanile era caduto nel tempo che il guardiano dei Minori Osservanti celebrava la Messa all’altare esistente nella sagrestia, <all’atto della consacrazione>; e che poco era mancato non restassero vittime di quella rovina i religiosi e 50 persone; il che sarebbe avvenuto se le volte della sagrestia insieme a quelle di una stanza soprastante, non avessero resistito alla pressione di buona parte dei rottami caduti” (Canestrelli – L’Abbazia di San Galgano – Capitolo X)

L’abbazia venne sconsacrata e rimase nell’incuria, rischiando di essere addirittura demolita completamente per il recupero dei materiali, ma i costi di demolizione risultarono troppo onerosi e l’abbandono fu l’unica soluzione.
Nel 1920 la Soprintendenza ai Monumenti di Siena si occupò di un ripristino e restauro degli ambienti rimasti, trovando gli edifici in rovina e in condizioni di difficile recupero: il principio del progetto fu quello di consolidare il monumento senza alterarne l’aspetto e fu quella la campagna di restauri che ha permesso al complesso abbaziale di arrivare ai giorni nostri con lo stato attuale.

Il Comune di Chiusdino dopo aver avuto in concessione per un decennio il monumento, nel 2017, a seguito del federalismo demaniale e con la sottoscrizione di un accordo di valorizzazione, ha acquisito la proprietà del complesso abbaziale. Il progetto di valorizzazione prevede una serie di interventi finalizzati al recupero, restauro e conservazione di questo grande patrimonio storico artistico.